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Il ruolo sociale del fabbro (Africa)

fabbroIl fabbro possedeva conoscenze essenziali per la vita della collettività. Con la sua specializzazione, egli era in grado di produrre strumenti per coltivare, cacciare e combattere, gli oggetti prestigiosi quali le insegne di comando e gli oggetti-moneta; era posto quini all'origine di molti circuiti socio-economici fondamentali. Rivestiva, spesso importanti funzioni in campo religioso e sociale, come guaritore, celebrante dei riti di passaggio e, in ambito più propriamente politico, come capo o consigliere dei capi.
La considerazione in cui era tenuto il fabbro è probabilmente legata al metallo stesso, il ferro, che per le sue proprietà, per la sua provenienza dalle viscere della terra (o da cielo, in forma di meteorite) e per la sua complessa e segreta lavorazione, doveva apparire come qualche cosa di legato al mondo soprannaturale.

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Il guerriero Maasai (grandi laghi equatoriali - Africa)

maasai warriorLa società maschile maasai era caratterizzata dal sistema delle classi di età, come per molte culture di nomadi allevatori dell'africa orientale. Ma presso i Maasai la classe di età assumeva un particolare significato politico militare. Con la circoncisione, i layok, giorvano tra i 15 e i 20 anni, venivano iniziati alla classe dei maran, il primo dei tre livelli della gerarchia maschile maasai, e formati gradualmente a divenire guerrieri.
 
Le armi avevano fondamentale importanza per identificare un individuo e il suo status sociale.
Le pitture sullo scudo fornivano le principali informazioni sul suo detentore: la sua classe di età e clan, il suo lignaggio, la parentela militare e il suo valore di guerriero. Lo scudo è diviso longitudinalmente d auna linea; sulle due metà il linguaggio dei simboli si articola su tre colori, rosso, bianco e nero.
Anche la lancia era veicolo di informazioni di carattere sociale: la forma e la sezione della lama identificavano il gruppo di provenienza del fabbro che l'aveva forgiata.

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Menelik e l'Italia

menelikMenelik, re dello Scioa fin dal 1872, divenne imperatore di Etiopia nel 1889; estese il dominio etiopico al Tigré, nell'Amhara e alle vaste terre musulmane e animiste situate a sud-est e ad ovest dell'Abissinia. Con una abile politica di alleanze cercò il consenso delle potenze europee e, avendo capito l'importanza della tecnologia militare, accumulò armi e munizioni moderne che gli consentirono di conquistare ed ampliare il trono di Etiopia e di conservare l'indipendenza politica, tenendo testa ale nazioni europee.
 
Durante il regno di Menelik, l'Italia si adoperò a lungo per fare dell'Etiopia un protettorato italiano. I primi contratti ufficiali furono stabilitinel 1876, con a spedizione della Società Geografica Italiana. Seguirono negoziati e transazioni diplomatiche che culminarono con la firma, nel 1889, del trattato di Uccialli.
Ma le buone relazioni cessarono nel 1893, quando Menelik denunciò il trattato a causa della diversa interpretazione di una parte del testo: la versione italiana sottolineava infatti il rapporto di protettorato dell'Italia sull'Etiopia, metre la traduzione in amarico intendeva un semplice legame di alleanza.
La vittoria che Menelik riportò successivamente sulle treuppe italiane, ad Adua nel 1896, ribadì quell'autonomia che l'Etiopia conservò fino al 1836, ben oltre la durata del regno di Menelik.
 
*Foto in alto: ritratto di Menelik (1845-1913) Re dello Scioa, Negus di Abissinia dal 1889 (Archivio Fotografico dell'Istituto Italo Africano).

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Baggara, i cavalieri della Savana (Sudan Orientale - Africa)

baggaraBaggara era il nome collettivo con cui venivano designate le popolazioni arabe che vivevano nel Sudan Orientale; dalle rive del Lago Chad all'Eritrea e dal deserto di Nubia fino al Nilo Bianco. Nel corso del XIX secolo i Baggara praticarono la tratta degli schiavi con una intensità e un grado di ferocia altrove ineguagliata nel triste periodo della storia del continente africano.
 
In tutta la fascia sudanese, dall'Atlantico al Mar Rosso, cavaliere e cavallo indossavano un qualche tipo di armatura; in tessuto di cotone trapunto, con imbottitura in kapok, oppure in maglia di ferro.
L'armatura del cavallo era generalmente in tessuto trapuntato, a volte la testiera era in lamina di metallo. Il cavaliere portava spesso una tunica, o cotta, in maglia di ferro, ch egiungeva fino alle ginocchia e si apriva posteriormente a proteggere le terga della cavalcatura.

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I gruppi etnici settentrionali (Eritrea - Africa)

hababNel territorio che corrisponde grosso modo all'odierna Eritrea, teatro secolare di dominazioni islamiche, erano stanziate popolazioni di cultura e lingua differenti, accumunate tr aloro da un'organizzazione socio-economica fondata sulla pastorizia nomade.
Lo stile delle armi utilizzate da ciascun gruppo costituiva un elemento distintivo dell'apppartenenza etnica.
 
Presso i Beni Amer e gli Hadendoa dellEritrea orientale e del Sudan occidentalenogni uomo portava un pugnale infilato nella parte anteriore della cintura, secondo lo stil edello Yemen e degli altri paesi arabi. L'impugnatura, dalla caratteristica forma ad "X", è in corno o legno; la lama ha forma sinuosa e incurvata in punta.
I Donakil e i loro vicini, gli Issa, usavano però anch eun altro tipo di pugnale, il gilé, e la lama più o meno incurvata. Il manico incorno o legno, è avvolto da un filo di ottone e ornato con un pomo dello stesso metallo.

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Il guerriero amhara dello Scioa (Altopoani dell'Etiopia - Africa)

sella da cerimoniaI numerosi regni etiopici, ch edipendevano nominalmente sa un unico sovrano, l'imperatore d'Abissinia, erano inrealtà indipendenti e governati ciascuno d aun ras. Verso la metà del 1800, i regni, in costante stato di guerra e impegnati in frequenti lotte per il potere centrale, erano in grado di armare in breve tempo un buon contingente di guerrieri a cavalloLe uniche armi del cavaliere etiopico erano allora la spada, la lancia e lo scudo. Il pregio dei materiali impiegati, il grado di elaborazione nelle decorazioni delle armi e dell'abbigliamento, indicavano il rango del guerriero e il valore conseguito in battaglia.
La sciabola era a lama lunga, leggermente curva e spesso di fattura europea, ma con manico di produzione locale, il corno di rinoceronte, ornato di un bottone in filigrana o di una moneta d'argento.

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La maschera (Africa)

maschera 1Nelle culture tribali africane la maschera è l'espressione più autentica del codice morale e religioso che sostiene la cultura nel suo complesso; è lo strumento più efficace per la continuità e la vitalità del rapporto che l'uomo ha con le forze dell'universo. essa materializza un'idea, una presenza "altra" che supera gli ambiti del reale sconfinando nella dimensione simbolica.
 
Dal punto di vista formale la maschera presenta una tipologia estremamente varia per materia, proporzioni, decorazioni e per il modo di essere portata. Solitamente di legno scolpito, essa è spesso arriocchita con materiali di varia natura (corna, denti, piume, bacche, ciuffi di pelo o di capelli...). Tutti elementi che partecipano all'accrescimento della sua forza.
Il tipo di maschera più comune, e più universalmente diffuso, è concepito per essere portato sul volto; altro hanno una struttura a elmo e altri ancora sono in realtà sculture vere e proprie che vengono portate sull'estremità del capo.
 
Invariato resta comunque il valore semantico che trova applicazione nei più importanti momenti della vita collettiva (iniziazione, funerali e riti di fertilità). L'efficazia della maschera è strettamente connessa al suo uso dinamico. Essa è concepita per essere vista in movimento in un contesto rituale dove musica e danza favoriscono l'accrescimento della sua forza, sottineandone le implicazioni simbliche.

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Scultura funeraria: le figure tombali (bacino del Congo - Africa)

mintadiFigure commemorative (mintadi) in scisto o stealite, o più raramente in legno, erano collocate, nella regione del Basso Congo, a indicare le sepolture reali o di personaggi importanti.
Queste sculture raffigurano personaggi in posizione seduta, spesso con le gambe incrociate, che recano una serie di segni-simbolo di potere e autorità come il copricapo tronco-conico (ampu) decorato con gli artigli del leopardo, effige ed insegna del sovrano.
 
La ricorrente asimmetria - così rara nella tradizione africana - l'uso di pigmenti colorati sugli occhi e sulla bocca e la fisionomia vagamente orientale dei personaggi hanno fatto pensare, in passato, a influssi stilistici di provenienza asiatica.
In realtà questi manufatti sono una produzione tipica dei Bakongo costieri, di cui, nei gestie nelle posture dei personaggi, nonché nei motivi decorativi raffigurati, esprimono l'universo metafisico.

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